Quelli che parlano e non se ne vanno

Leggendo l’editoriale di Irene Tinagli, a proposito del desiderio di molti ragazzi italiani di lasciare il nostro Paese non soltanto per le scarse opportunità di trovare un’occupazione, ma anche perché “la vita, quella vera, è fatta anche di ambizioni, di sogni, di opportunità di crescita, di cambiamento” che a quanto pare l’Italia non offre, ho provato a chiedermi se fosse davvero così.

E per certi versi mi sono risposto che lo era.

Tuttavia il cambiamento di fronte al quale ci poniamo non è legato soltanto all’ambiente nel quale ci troviamo. Il cambiamento parte da dentro e trova fuori l’oppurtunità di germogliare. E siamo sicuri dunque che quell’intero “51% che si trasferirebbe volentieri all’estero”, lo farebbe perché si sente schiacciato dal proprio Paese?

Perché per molti indubbiamente e così, ma per gli altri? Gli altri pretendono che il cambiamento giunga da fuori e ci sconquassi dentro. Per gli altri, andarsene significa lasciarsi alle spalle una vita condotta così così, con scarse “ambizioni” e con pochi “sogni”. Andare via significa, probabilmente, non dover fare i conti con se stessi.

E’ indubbio che, alle volte, la voglia di scappare ci assalga. Ma non credo sia corretto ripiegare le nostre paure sulle mancanze del nostro Paese (che sono indubbiamente spiccate). Forse bisognerebbe cominciare a camminare, un passo dopo l’altro, non verso un altrove che promette un sollievo dalla propria mediocrità, ma sulla propria strada. Perché diciamoci la verità: quelli che vogliono andare via, alla fine se ne vanno. Gli altri? Parlano, parlano e alla fine non se ne vanno mai.

- Io -

Un antidoto all’indifferenza

Anche oggi, dinanzi al dilagare di confusione, volgarità, prepotenza, corruzione, sconcezza che sommerge il Bel Paese come liquami che salgano dalle fognature, è forte la tentazione di arrendersi, di lasciarsi andare, di credere che l’andazzo disgustoso sia uno stadio ultimo, che una vera mutazione antropologica abbia creato un nuovo tipo d’uomo, un non-cittadino, e che questa specie, nella selezione darwiniana, sia fatalmente dominante. L’indifferenza che mette in soffitta la Resistenza vera e propria e l’attentato alla Costituzione, che da essa è nata e che è la spina dorsale dell’Italia civile, sono un sintomo fra i tanti di questa involuzione morale. Ma proprio quella data insegna a non scoraggiarsi; ricorda come credere che tutto sia perduto e che non si possa più reagire sia una tentazione, stupida come lo sono in genere le tentazioni. C’è un’altra Italia possibile, rispetto a quella che oggi subiamo. Non è il caso di fare inchini al mondo così com’è e come esso pretende, anche perché, se proprio si è costretti a farlo, ci si può inchinare come Bertoldo, che si piegava davanti ai potenti, ma voltandosi dall’altra parte.

- Claudio Magris -

corriere

E poi rimando a questo

E’ un privilegio

Leggere, potere leggere, avere il gusto di leggere, è un privilegio. È un privilegio della nostra intelligenza, che trova nei libri l’alimento primo dell’informazione e gli stimoli al confronto, alla critica, allo sviluppo. È un privilegio della fantasia, che attraverso le parole scritte nei secoli si apre il varco verso l’esplorazione fantastica dell’immaginario, del mareggiare delle altre possibilità tra le quali si è costruita l’esperienza reale degli esseri umani. È un privilegio della nostra vita pratica, perfino economica: chi ha il gusto di leggere non è mai solo e, con spesa assai modesta, può intessere i più affascinanti colloqui, assistere agli spettacoli più fastosi. Non c’è cocktail party, non c’è terrazza, non happening, non premiere che offra quello che chi ha gusto di lettura può trovare solo allungando la mano verso un qualsiasi modesto palchetto di biblioteca. Non c’è Palazzo che valga quello di Armida, o quell’hegeliano castello del sapere dalle cento e cento porte, dove suonano solo le quiete voci della conoscenza e della fantasia. E mentre altre esperienze si consumano nel ripetersi, nel leggere, invece, come ha detto una volta un poeta, dieci e dieci volte possiamo tornare sullo stesso testo, ogni volta riscoprendone un nuovo senso, un più sottile piacere.

- Tullio De Mauro, Il gusto della lettura -

G 12
- via il Post -

G 12

- via il Post -

Parole per accrescere se stessi

Il passato è prologo
William Shakespeare
La ciberguerra di Wikileaks

Non una ciberguerra tra stati, ma tra gli stati e la società civile online. I governi non potranno più essere sicuri di poter mantenere i cittadini all’oscuro delle loro decisioni. Perché fino a quando ci saranno persone disposte a fare dei leak e una rete popolata da wiki, nasceranno nuove generazioni di wiki-leaks.

- Manuel Castells, Dec. 17, 2010 -

via Internazionale

Non capisco come Benedetta Parodi («Cotto e mangiato») possa aver scritto un libro. Non mi sorprende però che sia il primo nelle classifiche dei libri più venduti.
Aldo Grasso
L’amato leader

L’astutissima intervista in cui Bersani liquida le primarie e annuncia di volersi alleare con Fini e Casini anziché far fronte comune con Vendola e Di Pietro ha finalmente ricompattato il popolo dei democratici. Lo si evince da una passeggiata nel sito del Pd.

«Sono un ex iscritto e tra poco sarò un ex elettore» (Francesco). «Ma Fini è di destra! Come è possibile anche solo pensare a un’alleanza con lui?» (Michele). «Stasera restituisco la tessera» (Francesca). «Così non andiamo da nessuna parte, anzi sì: al suicidio» (Chiara). «Mi domando cosa avete nel cervello. Ma davvero le partorite voi queste cavolate? Andatevi a nascondere e non fatevi più rivedere!» (Gianni). «Cacchio, ma si può?» (Gian Piero). «Se succede, lascio il partito in un secondo» (Gianluca). «Bersani fa bene, sono d’accordo con lui» (Fassina, ma forse è la sorella dell’ex segretario). «Cioè, fatemi capire: dovrei scegliere alle prossime elezioni fra Fini e Berlusconi?» (Alessandro). «Dopo la fatica che abbiamo fatto a liberarci di Binetti e Rutelli, paffete che ci ritroviamo a subire i loro veti!» (Monica). «State ancora una volta riuscendo a rivitalizzare Berlusconi. Sono allibito» (Stefano). «Ero un ventenne che aveva trovato una piccola speranza. Ora lei me l’ha spenta di nuovo. Grazie, segretario» (Riccardo). «D’ora in poi come inizierà i suoi comizi? Cari democratici, cari compagni, cari camerati?» (Concita). «Grazie a tutti quelli che stanno commentando l’intervista» (Pier Luigi Bersani). «Segretario, tu ci ringrazi, ma i commenti li leggi o guardi solo le figure?» (Monica).

- Massimo Gramellini -

via lastampa

Zitto, vigliacco.

via il Post

Umorismo da forca

Da bambino ero il membro più giovane della mia famiglia, e il figlio più piccolo è sempre quello che fa il buffone, perché solo grazie alle buffonate riesce a inserirsi nei discorsi dei grandi. Mia sorella aveva cinque anni più di me, mio fratello nove, e i miei genitori erano dotati entrambi di una bella parlantina. Perciò, quando ero molto piccolo e cenavamo insieme, a tutte queste persone io risultavo noioso. Non volevano sentirsi raccontare le sciocche novità infantili delle mie giornate. Volevano parlare delle cose veramente importanti che gli erano successe al liceo, o magari all’ università o al lavoro. E allora l’ unico modo che avevo per entrare nel discorso era dire qualcosa che li facesse ridere. Mi sa che le prime volte devo averlo fatto per caso: per caso devo essermene uscito con un gioco di parole che li ha lasciati a bocca aperta, o qualcosa del genere. E poi ho scoperto che le battute erano un ottimo mezzo per infilarsi in una conversazione fra adulti.[…]

Ecco: può far ridere perfino il terremoto di Lisbona. Io ho assistito alla distruzione di Dresda. Ho visto la città com’ era prima e poi sono uscito dal rifugio antiaereo e l’ ho vista com’ era dopo, e indubbiamente una delle reazioni è stata la risata. Lo sa Dio se la risata non è un modo in cui l’ anima cerca un po’ di sollievo. Qualunque argomento può essere fonte di risate, e immagino che si sentissero risate particolarmente spettrali perfino tra le vittime di Auschwitz. L’ umorismo è una reazione quasi fisiologica alla paura. Freud sosteneva che è una reazione alla frustrazione: una delle tante. I cani, diceva, quando non riescono a uscire da un cancello, cominciano a raspare e a scavare per terra e a fare movimenti senza senso, ringhi e quant’ altro: è il loro modo di affrontare la frustrazione, la sorpresa o la paura. E in effetti spessissimo il riso viene provocato dalla paura.[…]

E’ vero, però, che esistono anche battute a cui non si può ridere, quello che Freud chiamava “umorismo da forca”. Ci sono situazioni della vita reale così disperate che non è concepibile nessun tipo di sollievo. A Dresda, mentre eravamo sotto i bombardamenti, seduti in una cantina a ripararci la testa con le braccia nel caso che crollasse il soffitto, un soldato disse, col tono di una duchessa nel suo palazzo in una notte fredda di pioggia: «Chissà come fa stasera la povera gente». Nessuno rise, ma fummo tutti contenti che avesse fatto quella battuta. Se non altro eravamo ancora vivi! E lui ce l’ aveva dimostrato.

- Kurt Vonnegut, 2005 -

via lipperatura

London - Dec. 9,  2010
- The Big Picture -

London - Dec. 9, 2010

- The Big Picture -

Sui cciovani d’altri tempi

Quasi tutti i giovani sono soggetti a una legge apparentemente inesplicabile, ma la cui ragione è la loro stessa giovinezza e quella sorta di furia con cui si avventano sul piacere. Ricchi o poveri, non hanno mai denaro per le necessità della vita, ma ne trovano sempre per i loro capricci. Prodighi per tutto ciò che si ottiene a credito, sono avari per tutto ciò che dev’essere pagato subito, e pare si vendichino di quello che non hanno dilapidando tutto quello che possono avere […] Se il giovanotto seduto in un palco di teatro offre all’occhialino delle belle donne lo spettacolo di un favoloso gilè, non si può giurare che abbia i calzini; il merciaio è un’altra tarma della sua borsa.

Honoré de Balzac, Papà Goriot, 1834

Gli piace la gnocca

In quel grazioso palazzo, ossia Grazioli, le nubi delle accuse di corruzione, mafia, falso in bilancio, conflitto di interessi e perfino seduzione di minorenni, in un brevilineo come lui si diradano, anzi evaporano in virtù della sua euforia genitale. Al dottor Berlusconi piace la gnocca, solo la gnocca. Il dottor Berlusconi fa festini che sono il rimosso di tutti quelli che gli stanno intorno, compresi gli schiavi, i servi, i cortigiani e i ruffiani. Compresi poi gli italiani, perfettamente inutili da governare ma che alla fine hanno un preciso istinto per immedesimarsi con chi, sollevandoli dall’incombenza, copula in loro vece. L’italiano medio si immedesima col dottor Berlusconi in ragione del rimosso dei rimossi: ognuno, vincendo all’Enalotto, farebbe come fa lui nell’agio del suo smagliante patrimonio.

- Pietrangelo Buttafuoco, Il Foglio -

via Eugenio Scalfari

Un grande giornalista

I fianchi della collina erano coperti di piccoli campi di grano e segale maturi e dorati. Ma benché le messi fossero mature, e anche più che mature […] non c’era traccia dei mietitori che cercassero di salvarle. I campi erano deserti come la piccola valle, e il raccolto marciva sul terreno […]. Alla fine arrivammo a un piccolo altopiano sulla collina […]. Cavalcammo verso di esso con l’intento di attraversalo, ma improvvisamente tirammo le redini con un’esclamazione di errore, perché proprio davanti a noi, quasi sotto le zampe dei nostri cavalli, vedemmo qualcosa che ci fece rabbrividire. Era un cumulo di teschi frammisti a ossa di tutte le parti del corpo umano, scheletri quasi interi, brandelli di abiti, capelli umani e carne in disfacimento che giaceva in un mucchio putrefatto intorno al quale l’erba cresceva rigogliosa. […]. In mezzo a questo cumulo potei distinguere uno scheletro minuto che indossava ancora una camicetta, il teschio avvolto da un fazzoletto colorato, e le magre caviglie rivestite dalle calze ricamate senza piede che indossano le ragazze bulgare […]. Dall’altro lato della strada c’erano gli scheletri di due bambini stesi uno accanto all’altro e parzialmente coperti di pietre, con segni di tremende sciabolate sui piccoli teschi […]. Man mano che ci avvicinavamo al centro della città, le ossa, gli scheletri e i teschi crescevano di numero. Non c’era una casa sotto le cui rovine non scorgessimo resti umani, e anche la strada ne era ricoperta […]. La chiesa non era molto grande, ed era circondata da un basso muretto di pietra che racchiudeva un piccolo cimitero di una cinquantina di metri per settanta. All’inizio non notammo nulla di particolare […] ma a uno sguardo più attento scoprimmo che quello che sembrava una massa di pietre e rifiuti era in realtà un immenso cumulo di corpi umani ricoperto da un sottile strato di pietre […]. Ci dissero che solo in quel piccolo cimitero c’erano tremila persone. Tra questa massa in putrefazione c’erano testoline ricciute spaccate da pesanti pietre; piedini non più lunghi del dito di una mano con la carne seccata dal sole cocente prima ancora che avesse il tempo di decomporsi; manine tese come a chiedere aiuto; neonati che erano morti sorpresi dall’intenso bagliore delle sciabole e dalle mani rosse degli uomini dallo sguardo feroce che le brandivano; bambini che erano morti rattrappiti dallo spavento e dal terrore; ragazze morte singhiozzando e implorando pietà; madri che avevano cercato di fare scudo ai loro piccoli con i deboli corpi. Giacevano tutti insieme, e marcivano in un’unica orrida massa. Erano silenziosi ormai. Non ci sono lacrime né grida, né pianti o urla di terrore, né preghiere o implorazioni. I raccolti marciscono nei campi, e i mietitori marciscono in questo cimitero.

- «Daily News, 1876». Januarius Aloysius MacGahan sulle atrocità commesse dall’esercito turco contro la popolazione cristiana della Bulgaria meridionale. -